INTERRUZIONE VOLONTARIA DI GRAVIDANZA – diario di una giovane ragazza-

 – I SEGUENTI CAPITOLI SONO DEGLI ESTRATTI DI UN LUNGO DIARIO –
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CAPITOLO 5
Scegliere
Il giorno dopo fu esattamente l’istante in cui venne a crollare la convinzione della mia immortalità. Super Giulia moriva, dovevo farle il funerale. Come poteva essere successo proprio a me? Il primo dei due test era positivo. Mille pensieri, tra cui quello che il test fosse sbagliato, riecheggiavano nella mia mente. Mi sentivo diversa, spaventata ma allo stesso tempo forte come un leone. Avrei generato vita, avrei avuto il dono della creazione, mi sentivo speciale, fortunata. Mia madre era impietrita. Non se lo sarebbe mai aspettato, non lo avrebbe mai voluto. La mia giovinezza sarebbe irrimediabilmente finita li. Il secondo test, beh, fu positivo anche quello. Non potevo tornare a casa di mio padre, incinta; con quale faccia mi sarei presentata a lui, tanto aperto mentalmente quanto chiuso nella sua protezione nei miei confronti?
Avevo deciso di rimanere accanto a mia madre, che per la prima volta vidi affranta, distrutta. E per la prima volta nella mia vita mi si presentava un bivio, dovevo prendere una decisione talmente grande da cambiare profondamente ogni aspetto della mia vita. Non ero pronta nemmeno a pensare. Non ero lucida, capace di intendere e di volere; come si fa ad essere madre? Come cavolo si cambia un pannolino? E Carlo cosa  avrebbe desiderato per lui e per me?
Non ebbi il coraggio di comunicarglielo se non con uno squallido messaggio. Lui si arrabbiò molto, non era quello il modo. Aveva ragione, ma in fondo, cosa cambiava.. il problema c’era e bisognava affrontarlo. Io non potevo mettere al mondo un figlio non desiderato, da un ragazzo che diceva di volermi solo bene, un figlio che avrebbe sofferto e forse avrei dovuto gettare sulle spalle di mia madre che a stento portava il nostro nucleo familiare a fine mese per pagare i debiti del negozio.
Ma io cosa volevo davvero? Non avevo ancora preso il diploma, la data del mio parto avrebbe coinciso con gli esami di maturità. Dio mi aveva punito, mi aveva benedetto, non lo sapevo. Decisi di incontrare Carlo, di parlarne di persona e mi presentai in piazza di Spagna dove sapevo di trovarlo. Ero forte ma stavo per cedere. Lo vidi freddo, spaventato, mi salutò a malapena. Era avvinghiato a lei, Tatiana, non l’avevo mai vista prima, o forse si, ma mai avrei immaginato di trovare davanti ai miei occhi quella scena pietosa. Si abbracciavano, si baciavano, io feci finta di nulla come ormai ero abituata a fare. Quando tornai a casa la sera, forse lo shock, forse i primi segni della gravidanza, iniziai a vomitare per un numero infinito di volte; non mi successe mai più, solo quella notte e tutto il giorno seguente, quando Maia venne a casa a reggermi i capelli sulla fronte appiccicata di sudore mentre buttavo via dal mio corpo ogni torto subito.
Da quel momento in poi caddi  in una forte depressione. Mi alzavo dal letto solo a mezzogiorno, salvo qualche analisi del sangue e qualche visita di routine per la pratica dell’aborto. Andavo a letto prestissimo, alle sette di sera, ero diventata scontrosa con tutti e non rispondevo più alle telefonate delle mie amiche.
In alcuni momenti della vita si ha bisogno di stare soli, di affogare nelle proprie sofferenze, di rinchiudersi nel proprio labirinto senza volerne uscire.
Mi immaginavo la faccia della creatura che portavo in grembo; sarebbe sicuramente stato alto, anzi mi correggo, sarebbe stata una bambina molto alta. Si, era una femmina, me lo sentivo. Me la immaginavo castana, con i capelli lunghi e mossi, gli stessi occhi di Carlo e la mia bocca. Mi immaginavo di portarla a spasso, di farla sedere accanto a me sul tavolo, magari con un cerchietto rosso ed una tutina corta. Cavolo quante volte l’ho immaginata. E ce l’avevo li, a portata di mano, potevo accarezzarla attraverso la mia pancia. Ma sapevo che ciò sarebbe rimasto un meraviglioso sogno. A distanza di tanti anni, nei quali ho vissuto esperienze sia belle che brutte, grazie alle quali sono diventata una donna, mi chiedo come mai mi sia sempre sentita così arrendevole; forse avevo una grande paura di non essere in grado, forse mi mancava quel coraggio di far sentire la mia voce che piano piano gridava “Vi prego, aiutatemi a portare avanti questo momento”… la mia giovane età mancava di una cosa preziosa: il coraggio.
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CAPITOLO 10
Sparire
Tra un sospiro ed un pianto arrivai a fatica all’11 dicembre, sera prima dell’operazione.
La mia coscienza, quel brutto giorno di dicembre era morta, stremata da questa guerra interna tra testa e cuore, tra corpo e anima.
Riempii la vasca con l’acqua bollente, mi immersi sperando si affogare, di sciogliermi e scomparire.
Ero gonfia, bianca, mi sentivo sola. E mentre la solitudine mi avvolgeva allo stesso tempo mi proteggeva. Il non condividere quella tristezza mi faceva sperare che agli occhi degli altri sarei sempre rimasta la Giulia solare e allegra di pochi giorni prima.
CAPITOLO 11
Il 12 dicembre 2003
La notte non riuscii a dormire. La sveglia delle 6:00 del mattino mi trovò con gli occhi aperti, con un paio di pantaloni beige, una coda di cavallo e un comodo maglione largo.
Arrivai in ospedale scortata da mia madre, faceva molto freddo e lei  guidava piano.
Era arrivato il giorno del giudizio, della mia condanna, della nascita dei sensi di colpa che mi hanno perseguitato per anni.
Entrai in una stanza accanto al reparto di maternità, firmai col mio nome un grande registro verde e salutai mia madre. Lei mi guardava con un’aria desolata, avrebbe voluto infondermi un po’ di coraggio e tenermi la mano più a lungo.
Il ginecologo disse a me e alle altre ragazze li presenti di spogliarci, di rimanere in mutande e coprirci con un grande camice chiuso solo fino a sopra il sedere e di attendere il nostro turno. Mi guardavo intorno, non c’erano solo ragazze, ma donne adulte, alcune erano già madri di famiglia e non potendo permettersi un altro figlio avevano deciso di non farlo nascere. Mi sono sempre chiesta quanto coraggio in più servisse loro per interrompere una gravidanza dopo averne portato a termine una precedente.
Non fui la prima ad entrare, l’attesa era diventata snervante. Vedevo uscire le mie compagne di sventura con un grande pannolone, la flebo attaccata al braccio e uno sguardo perso nel vuoto, frutto di una leggera anestesia.
Non ne potevo più, volevo scappare, volare giù dalla finestra. Iniziai a piangere a singhiozzi, talmente forti da attirare l’attenzione di una gentile infermiera che mi prese per mano e mi disse che tutto stava per finire, che il turno prossimo sarebbe stato il mio. Dopo la mia coscienza si spense anche il mio cervello.
Entrai in sala operatoria, ancora piangevo. Mi sdraiai sul lettino. L’infermiera mi disse che mi avrebbe addormentata del tutto, che non avrei sentito nulla, che tutto sarebbe presto finito e che però l’unica condizione era smettere di piangere.
Interruppi il corso delle lacrime. Mi venne chiesto dal medico che studi facevo, risposi che facevo il liceo linguistico e all’improvviso caddi nel buio più totale, addormentata.